La Cura https://la-cura.it Una Cura Open Source: Non Esiste una Cura se non nella Società Wed, 30 Apr 2025 10:55:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.6.29 110722524 La Cura, Nefula e ISIA a NetFutures 2017 https://la-cura.it/2017/06/26/la-cura-nefula-e-isia-a-netfutures-2017/ https://la-cura.it/2017/06/26/la-cura-nefula-e-isia-a-netfutures-2017/#respond Mon, 26 Jun 2017 17:12:24 +0000 http://la-cura.it/?p=8504 NetFutures 2017  è il maggiore evento organizzato dalla Commissione Europea per esplorare i futuri di Internet, dell’economia e della società.

La Cura farà parte del padiglione STARTS – Science Technologies and the Arts .

In mostra BodyQuake, l’ultima creazione realizzata con Francesca Fini, AOS, HER, il Neuromed, AVnode e il Live Performers Meeting.

Il padiglione, curato da Martine-Nicole Rojina (Mpathy), riunisce performace, lavori e mostre uniti dall’esplorazione di nuovi possibili scenari in cui arti, design e ricerca collaborano in modi inaspettati, mettendo insieme studiosi, pionieri, performer e studenti.

Salvatore Iaconesi e Oriana Persico saranno presenti nella doppia veste di artisti – con BodyQuake – e docenti, con “The Futures of Works“.

La mostra raccoglie i risultati del loro corso di Transmedia Design a ISIA Firenze in collaborazione con Nefula – Near Future Design Studio: una series design fiction realizzati dagli studenti sotto forma di video immersivi e “pretotipi” per esplorare le trasformazioni del mondo del lavoro.

Switch anklet is a wearable device which vigorously vibrates when the work you are performing does not match the one of the person you are replacing. In case of serious mismatch with desired performance levels, the anklet generates low voltage electric shocks

Switch anklet is a wearable device which vigorously vibrates when the work you are performing does not match the one of the person you are replacing. In case of serious mismatch with desired performance levels, the anklet generates low voltage electric shocks

La collection “Fashion On Brainwaves“, di Jasna Rok, usa le onde celebrali per animare abiti futuristici: dall’IoT fashion design all’espressione artistica, fuove opportunità per immaginare prodotti e reinventare intere linee industriali.

All_Che_Me (by PERMEABLE) è una performance immersiva in cui onde celebrali creano un dialogo fra luce, musica e danza. Musicisti e performer sono connessi, generando sculture di luce.

All_Che_Me

All_Che_Me

Tutto questo in un ambiente sinestetico.

Per iniettare immaginari possibilistici della co-evoluzione umana legata a doppio filo con quella dei network e delle tecnologie ubique.

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La Cura sullo Stretto https://la-cura.it/2017/05/12/la-cura-sullo-stretto/ https://la-cura.it/2017/05/12/la-cura-sullo-stretto/#respond Fri, 12 May 2017 10:00:19 +0000 http://la-cura.it/?p=8464 Dal 14 al 21 maggio, due eventi fra le città di Reggio Calabria e Messina portano La Cura al sud, sulle acque vorticose dello Stretto.

Due eventi dalle anime diverse quelli che andremo a scoprire: l’uno, un percorso artistico dai risvolti profondamente sociali inserito all’interno del Festival della Complessità; l’altro, un percorso accademico che, alternando momenti pratici e teorici, si apre alla città con una serie di laboratori.

Protagonisti sulle due sponde dello Stretto la Galleria Technè Contemporary Art di Reggio Calabria e il COSPECS – Dipartimento di Scienze Cognitive, Psicologiche, Pedagogiche e degli Studi Culturali dell’Università di Messina.

Di seguito il calendario degli eventi programma.

L’invito

Le popolazioni di Reggio e Messina da millenni viaggiano, comunicano, commerciano, fino al recente riconoscimento di area metropolitana che comprende le due città.

Speriamo che La Cura possa essere parte di questa storia: un “ponte senza il ponte” fatto di cultura e relazioni, miti e leggende.

Per questo l’invito è esplicito: attraversare lo Stretto fra il 14 e il 21 maggio per incontrarsi e godere a pieno dei due appuntamenti.

Vi aspettiamo.

Special thanks

Un ringraziamento speciale va alle curatrici, tutte donne, che hanno lavorato con passione rendendo possibile un’operazione culturale realmente straordinaria: Josephine Condemi con la Technè Contemporary Art, Assunta Penna e Consuelo Luverà al COSPECS e  nel backstage Debora Pizzimenti che, con il suo laboratorio di Media Education, ha fatto da spola fra le due città operandosi con tutti i mezzi a sua disposizione per portare La Cura sullo Stretto.

CALENDARIO

la cura sullo stretto

La cura sullo Stretto: un ponte senza il ponte

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14- 21 Maggio

[Mostra]

La Cura @Reggio Calabria: Metamorfosi Impazienti

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Technè Art Contemporary, Via dei Correttori 6 (RC)

Opening: 14 Maggio ore 18.30

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La mostra indaga le trasformazioni che ricodificano spazi e relazioni in modo inaspettato, intrecciando le memorie della città con quelle dalla Cura. Accanto a “La Cura VideoLoop”, l’artista Ninni Donato rielaborerà in un’opera inedita dati ed immagini provenienti dall’ex Ospedale Psichiatrico Provinciale, tratti dall’Archivio di Stato reggino.

Intervengono all’opening per l’incontro dibattito “Il paziente non è l’essere umano”:

  • Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, “La Cura”;
  • Angela Pellicanò e Ninni Donato, Techné Contemporary Art;
  • Giovanni Malara, psichiatra;
  • Giulia Serranò, operatrice sociale;
  • Paola Bottero, esperta di comunicazione; Caterina Iacopino, attivista di genere,

Coordina:

  • Josephine Condemi, giornalista.

Per maggiori informazioni consultare questo link.

La Cura. Metamorfosi Impazienti: locandina

La Cura. Metamorfosi Impazienti: locandina

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15 Maggio

[Tavola rotonda e laboratori]

La Cura @UniMe: giornata di studi al COSPECS

***

Aula Magna del COSSPECS, Via Concezione 6 (Messina)

Inizio dei Lavori: Ore 9.15

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Intrecciando momenti pratichi e teorici, l’incontro intende promuovere la discussione interdisciplinare sui temi della Cura in cui studiosi afferenti a diversi dipartimenti dell’Ateneo che relazioneranno sul tema dal proprio ambito specialistico, coinvolgendo studenti e cittadini in laboratori esperienziali che attraversano i dati, le scienze cognitive, il rapporto con la cura.

Mattina

Apertura

  • Saluti del Magnifico Rettore Prof. Pietro Navarra e del Direttore del Dipartimento Prof. Antonino Pennisi
  • Presentazione del volume/performance “La Cura” degli autori Salvatore Iaconesi e Oriana Persico

Introduce:

  • Prof.ssa Consuelo Luverà docente di Etica naturalistica del COSPECS.

Tavola rotonda interdisciplinare

Intervengono:

  • Prof.ssa Marianna Gensabella, docente di bioetica del Dicam;
  • Prof.ssa Rosa Musolino, docente di neurologia del Dimed;
  • Prof. Andrea Nucita, docente di trattamento informatico dei dati clinici del Cospecs;
  • Prof. Simone Arcagni, docente di Cinema e Media del Dip. Di Culture e Società dell’università di Palermo.

Coordina:

  • Prof. Demetrio Neri, docente di Bioetica del COSPECS.

Pomeriggio

Laboratori «La cura»: potenziamento e comunicazione.

Coordinano:

  • Prof.ssa Alessandra Falzone, docente di filosofia del linguaggio (COSPECS)
  • Proff.ssa Rosa Angela Fabio, docente di psicologia generale (COSPECS)

Docenti:

  • Prof. Antonia Cava;
  • Prof.ssa Valentina Cardella;
  • Prof.ssa Amelia Gangemi;
  • Prof. Marcello Aragona;
  • Prof.ssa Gabriella Martino;
  • Prof.ssa Melania Mento;
  • Prof. Andrea Nucita.

Tutor (dottorandi e studenti magistrali di Scienze Cognitive)

  • Dott. Marta Arcovito;
  • Dott.ssa Caterina Buzzai;
  • Dott.ssa Tindara Caprì;
  • Dott. Antonio Gangemi;
  • Dott.ssa Cristina Carrozza;
  • Dott.ssa Gaia Mussillo;
  • Dott.ssa Debora Pizzimenti;
  • Dott. Michele Raso;
  • Dott.ssa Giulia Towey.

Per maggiori informazioni consultare questo link.

La_Cura_Locandina

 

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BodyQuake/Corpo Scosso: l’anteprima a UniFestival (Macerata) https://la-cura.it/2017/04/29/bodyquake/ https://la-cura.it/2017/04/29/bodyquake/#respond Sat, 29 Apr 2017 21:20:47 +0000 http://la-cura.it/?p=8411 UniFestival – Festival Nazionale degli Studenti Universitari di Macerata ospiterà il 3 maggio l’anteprima della nuova performance ispirata a e coprodotta da La Cura: “BodyQuake/Corpo Scosso. Concerto per Corpi + Dati“.

<<BodyQuake è una contaminazione radicale delle arti e delle scienze.>>

Chi

Il progetto è il frutto della collaborazione tra IRCCS Neuromed, Fondazione Neuromed e La Cura con Art is Open Source (Salvatore Iaconesi e Oriana Persico) e l’artista e performer Francesca Fini; la comunità internazionale “FLxER Live Media” e AVNode project; l’istituto di ricerca HER – Human Ecosystems Relazioni.

Cosa

Il Neuromed,  istituto di eccellenza nazionale nel campo delle neuroscienze, ha aperto agli artisti le sue banche dati rendendo possibile un dialogo inedito: mentre i ricercatori scientifici catturano e analizzano grandi quantità di dati da analizzare, le convulsioni, i loro effetti devastanti sul corpo e i dati relativi alla cura, gli artisti li intrecciano con altri dati riguardanti la vita, le condizioni sociali, i desideri, le visioni e le aspettative delle persone affette da epilessia.

<<BodyQuake trasforma la ricerca e l’innovazione scientifica nel campo dell’epilessia in una performance partecipativa.>>

Nella performance questi dati, trasformati in suoni e visualizzazioni generative, vengono proiettati sul corpo della performer che letteralmente “indossa” la crisi epilettica e il suo universo narrativo: il “corpo scosso” – BodyQuake – interrotto dal terremoto dell’attacco epilettico entra sulla scena in una drammaturgia sincretica che intreccia dati scientifici, algoritmi, storie ed emozioni, realizzando una inedita polifonia di codici e rappresentazioni.

BodyQuake, il teaser (foto di Carlo Maria Causati)

BodyQuake, il teaser (foto di Carlo Maria Causati)

L’anteprima

Di questo si potrà fare esperienza in questa anteprima assoluta di Macerata, curata dall’associazione CRASH – Creative Art Shocking  e organizzata dagli studenti Martina Romano e Valentina Corinaldi, che sarà accompagnata dalla presentazione performativa del libro “La Linea di Polvere” dell’antropologo e studioso di culture digitali Massimo Canevacci, in coppia con l’artista e compagna di vita Sheila Ribeiro.

La performance sarà trasmessa in streaming su Performance Art TV, la prima “social tv” italiana dedicata alla diretta video di opere di performance art.

<<Segui qui la diretta!>>

BodyQuake, il teaser, dettaglio (foto di Carlo Maria Causati)

BodyQuake, il teaser, dettaglio (foto di Carlo Maria Causati)

Il futuro

BodyQuake interpreta ed affronta l’isolamento della condizione epilettica: sensoriale per chi la subisce ed emotivo per chi partecipa alla crisi come testimone.

Nelle prossime edizioni della performance una serie di tecnologie indossabili saranno progettati con lo scopo consentendo al pubblico di “sentire” sulla propria pelle l’intensità della scossa.

<<Un rituale connettivo.>>

Una danza, quasi un terremoto corporeo, sismico, che coinvolge tutti.

Maggiori informazioni:

http://la-cura.it/BodyQuake/

http://unifestival.unimc.it/eventi-in-calendario/?idt=E&ido=219

Credits:

BodyQuake è un progetto promosso da: La Cura

In collaborazione con: AOS – Art is Open source,IRCCS Neuromed, Fondazione Neuromed, AVNode, FLxER Live Media, CRASH – Creative Art Shocking 

Concept: Salvatore Iaconesi e Oriana Persico; Francesca Fini

Technology: HER – Human Ecosystems Relazioni

Video Mapping: Flyer Communication

Foto: Carlo Maria Causati

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43^4 [ Quarantatreallaquarta ] https://la-cura.it/2017/04/26/434-quarantatreallaquarta/ https://la-cura.it/2017/04/26/434-quarantatreallaquarta/#respond Wed, 26 Apr 2017 17:13:49 +0000 http://la-cura.it/?p=8424 La Cura ha partecipato all’edizione 2017 del MAF – Media Art Festival, festival organizzato dalla Fondazione Mondo Digitale e curato da Valentino Catricalà, per far incontrare i ragazzi delle scuole con gli artisti e farli immergere in modo performativo nella cultura digitale.

La Cura ha scelto di indagare il tema dell’identità.

Tre intense giornata di workshop con due istituti romani (l’ITA – Istituto Tecnico Agrario Garibaldi  e Liceo Classico e Linguistico Statale Aristofane) in cui, da un percorso teorico, siamo arrivati alla realizzazione dell’opera completa partendo da due concetti

  • l’identità come confine fra “dove inizio io e dove inizi tu”;
  • la trasformazione di questo complesso dispositivo culturale quando si aggiunge la mediazione algoritmica e tecnologica.

L’introduzione teorica ha occupato oltre metà del workshop, mettendo in luce due aspetti, da un lato l’interesse degli studenti, dall’altro la necessità – se non l’urgenza – di aprire finestre di dialogo che consentano di confrontarci insieme sulle trasformazioni dello spazio pubblico, privato e intimo.

Il risultato della tre giorni con le scuole è un’opera semplice, fresca e comunicativa

Insieme agli studenti ci siamo confrontati con tecnologie complesse e diffuse quali il riconoscimento facciale, usandole per fini differenti.

Un esperimento che mostra il potere generativo del remix per riflettere su cosa succede quando all’ “Uno, Nessuno, Centomila” di Pirandello si aggiunge lo zero, esplicitando la nuova dimensione algoritmica con cui in modo più o meno opachi, coscienti o incoscienti abbiamo ormai ogni giorno a che fare.

Introduzione teorica:

scarica le slide “LaCura-RemixID “in formato pfd

Titolo dell’opera:

434 [quarantatreallaquarta]

Descrizione:

Prendi 43 volti.
Dividi ogni volto in 4 sezioni: fronte occhi, naso, bocca, mento.
Prova a ricombinarli.
Le permutazioni sono 434 [quarantatreallaquarta], ovvero 3.418.801 [tremilioniquattricentodiciottoottomilaottocentouno] volti, ovvero 3.418.801 [tremilioniquattricentodiciottoottomilaottocentouno] identità differenti.

Abbiamo fotografato i nostri volti. Abbiamo usato software di riconoscimento facciale, tecnologie che ci identificano, per scomporre i nostri volti e mischiarci.

Abbiamo creato un video generato dal remix dei nostri nuovi volti. Nel video ogni volto appare per 4′ [quattro secondi].

Il video dure 13.675.204′ [tredicimilioniseicentosettantacinquemiladuecentoquattro secondi].
Che sono 3798 h [tremilasettecentonovantotto ore].
Che sono 158 gg [centocinquantotto giorni].
Che sono più di 5 mm [cinque mesi].

0 [zero], 1 [uno], nessuno, 100.000 [centomila]. Da poche decine siamo diventati milioni.

434 è un lavoro sull’identità, sulla fragilità e mobilità dei confini del sé. Su dove inizio “io” e dove finisci “tu” nell’era delle tecnologie ubique, degli algoritmi e dei social network.

Poche classi di due licei romani hanno generato una metropoli. Il lavoro è stato concepito e realizzato in tutte le sue parti in 3 gg [tre giorni] di workshop presso la Fondazione Mondo Digitale.

Durante i 3 gg [tre giorni] di festival vedremo solo il 1,898% [unovirgolaottocentonovantottopercento] dei volti che abbiamo generato.

Siamo rimasti stupiti.

Concept e realizzazione (in ordine alfabetico):

AOS, Art is Open Source, ITAS – Istituto Tecnico Agrario Garibaldi (Roma), Liceo Classico e Linguistico Statale Aristofane (Roma)

Emanuela Alberici, Marco Ancarani, Melissa Andronaco, Claudia Angeloni, Chiara Badde, Elena Brozzetti, Lorenzo Caldani, Benedetta Cammarota, Adriano Capezzali, Ruggero Caprì, Laura Carassai, Valeria Ciccioli, Luigi Costanzo, Chiara De Biasio, Cinzia De Gregorio, Pietro De Montis, Gabriele De Quattro, Benedetta Di Placido, Aurora Florio , Giulia Gerini, Francesco Golfi, Oxana Grasso, Salvatore Iaconesi, Francesco Maria Latini, Claudia Leonardi, Guido Mannelli, Monica Martello, Tommaso Mondovì, Francesca Montuori, Aglaia Napoli , Palermo Roberto, Federico Pace, Francesca Passeri, Oriana Persico, Arianna Potestà, Arianna Quarta, Marie Aleida Rodriguez, Viviana Serti, Chiara Simpson, Valerio Stefanuto, Ascanio Tozzi Condivi, Guglielmo Trina, Federica Trocchi, Tenayé Trovalusci, Camilla Vanadia, Giampiero Vicino, Aurora Volterra, Sofia Zonetti

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La Cura Dada Boom! Videoreportage e Intervista con Giacomo Verde https://la-cura.it/2017/01/07/la-cura-dada-boom-videoreportage-e-intervista-con-giacomo-verde/ https://la-cura.it/2017/01/07/la-cura-dada-boom-videoreportage-e-intervista-con-giacomo-verde/#respond Sat, 07 Jan 2017 19:51:40 +0000 http://la-cura.it/?p=8383 Il 23 ottobre 2016 a Viareggio c’è stato un evento molto speciale in un posto speciale: le Officine Dada Boom.

E’ stato Giacomo Verde, artista, docente e hacktivista che con lo pseudonimo di “Verdegiac” sperimenta i linguaggi digitali dai primissimi anni ’80, il link fra La Cura e questo luogo che fa cultura nelle periferie della città, sbocciando come un fiore selvaggio sul cemento.

L’evento, un vero e proprio happening artistico, ha coinvolto gli artisti viareggini nella creazione di opere a tema “cura”, dando vita ad una mostra di due giorni aperta dalla presentazione del libro.

Li vedete tutti qui, nel video girato dallo stesso Giacomo. Una testimonianza che francamente ci ha emozionato e ci interroga su tanti temi:

 

L’unico rammarico? Avere avuto pochissimo tempo a disposizione per stare con tutti loro. Resta, vivo, il desiderio di tornare e innaffiare il seme che si è piantato.

Segue l’intervista a Giacomo Verde che ringraziamo infinitamente per la generosità e per averci regalato un pomeriggio pieno di cura, passione, energia, profonda amicizia e intima connessione.

Come è nato il tuo rapporto con DadaBum?

Sono stato invitato a partecipare ad una delle loro primissime mostre. Prima che nascesse il collettivo. Poi ho inziato a frequentare la situazione fino a che Alessandro mi ha chiesto di collaborare alla nascita del collettivo.

Qual’è il significato e il senso di questo spazio in una città come Viareggio?

E’ l’unico spazio che si muove fuori dai canoni e dagli standard del “commercio artistico e culturale”. Ed è importante per una serie di persone ed artisti che operano oltre la città di Viareggio. Ancora stiamo cercando una collocazione che ci permetta di creare eventi che possano interessare anche chi non si occupa normalmente di arte. Con alcuni aventi ci siamo riusciti ma abbiamo ancora molto da sperimentare. Soprattutto ha funzionato il rapporto creato tra artisti e attività “politica”.

Cosa ti ha spinto a organizzare un evento sulla Cura e perché hai pensato subito a DadaBum?

Collaborando con il DadaBoom e conoscendo il Progetto La Cura ho pensato che potesse essere interessante e bello presentarlo in questo spazio e alle persone che lo frequentano.

Stiamo (tutti!) pensando di tornare: quali sono, secondo te, le strade e i temi più interessanti da esplorare?

Per me sarebbe interessante approfondire i temi direttamente collegati al cancro. Perché penso che possa essere utile a tante persone che sono coinvolte da questa malattia e che non frequentano solitamente il Dada Boom. Mentre dal video si capisce che i frequentatori abituali sono più interessati alle tematiche collegate alla comunicazione digitale. Si tratta di capire se fare qualcosa che interessa chi già frequenta questa situazione oppure cercare di coinvolgere anche altre persone.

Infine: la “cura” secondo Giacomo Verde

Penso che il progetto e il libro siano una performance veramente molto bella. Che va oltre i canoni dell’arte e della comunicazione, e che rompe tanti degli steccati che normalmente ci vengono proposti. Anch’io adesso ho un tumore. Ho fatto tesoro dell’esperienza e degli incontri che raccontate nel libro e sto cercando anche una mia strada per curarmi. Prendersi cura di se stessi penso che cominci dal sapersi ascoltare per riuscire a comprendere come comportarsi in maniera armoniosa con i propri stati d’animo.
la-cura-officine-dada-boom

Panoramica del’Officina Dada Boom. 23 ottobre, pomeriggio: preparando l’evento

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La Cura vince il FunkyPrize 2016 https://la-cura.it/2016/10/21/la-cura-vince-il-funkyprize-2016/ https://la-cura.it/2016/10/21/la-cura-vince-il-funkyprize-2016/#respond Fri, 21 Oct 2016 08:25:50 +0000 http://la-cura.it/?p=8358

<< Il cervello rosso de #LaCura è vicino al cuore del #FunkyPrize >>

Lo dice Paola Sucato a Salvatore Iaconesi su twitter il 19 ottobre, giorno in cui Funky Prize annuncia il vincitore dell’edizione 2016 del premio dedicato alla memoria del marito Marco Zamperini, ricordato da tutti “Funky Professor”.

Il premio è stato assegnato alla Cura.

Il messaggio di Paola Sucato su Twitter

Il messaggio di Paola Sucato su Twitter

La giuria, presieduta da Anna Masera, riassume così le motivazioni:

“Questo progetto di hacking che prende spunto dalla malattia per coinvolgere il pubblico nella riappropriazione dei propri dati incarna in pieno lo spirito del Funky Prize istituito per ricordare e celebrare Marco Zamperini”

I soldi saranno destinati a finanziare azioni e progetti formativi, in particolare con i giovani e le scuole.

Da un lato, per La Cura è un’esigenza concreta: più volte ci siamo trovati nell’impossibilità di far fronte a richieste provenienti da giovani e studenti. Dall’altro, un modo significativo e altrettanto concreto di ricordare Marco Zamperini e il suo impegno nel mondo della formazione e delle scuole.

Un grandissimo ringraziamento va tutta la giuria (Anna Masera, Anna Maria Siccardi, Francesco Sacco, Juan Carlos De Martin, Marco Massarotto), alla famiglia Zamperini e agli sponsor che rendono possibile questa iniziativa.

Ancora ignoti il luogo e le date dell’evento di premiazione: aggiornamenti su questo sito e sul sito del Funky Prize.

A presto!

funky-prize-logo

 

 

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Utopie Ubique. Il saggio di Massimo Canevacci Ribeiro https://la-cura.it/2016/10/17/utopie-ubique-il-saggio-di-massimo-canevacci-ribeiro/ https://la-cura.it/2016/10/17/utopie-ubique-il-saggio-di-massimo-canevacci-ribeiro/#respond Mon, 17 Oct 2016 20:17:47 +0000 http://la-cura.it/?p=8345 In risposta a UTopia (1), il progetto che La Cura ha appena lanciato a Matera celebrando i 500 anni dalla pubblicazione dell’omonimo libro di Tommaso Moro, il prof. Massimo Canevacci Ribeiro ci ha inviato un suo recente saggio sul tema delle utopie ubique.

Con nostro grandissimo piacere il professore ha acconsentito a pubblicare il saggio sul sito della Cura.

Lo consideriamo un approfondimento del progetto UTopia e una nuova risorsa che possiamo condividere con tutti, per capire il senso (e il ruolo) di “feticci diasporici, sintomatici e indisciplinati”, e come due concetti teoricamente contrapposti quali “utopia” e “ubiquità” possono in realtà toccarsi e contaminarsi.

Massimo Canevacci Ribeiro

Massimo Canevacci Ribeiro

Buona lettura.

Nota (1): Per un racconto del progetto è possibile leggere il reportage “UTopia. Utopie ubique interconnettive a Matera“

UTOPIE UBIQUE

Composizione sintomatica per feticci diasporici, impuri, indisciplinati

di Massimo Canevacci Ribeiro

“Personalizzazione della serie. Questo tema è in egual misura un soggetto politico, tocca il contenuto delle libertà, il diritto alla differenza. In generale, come gli individui sono liberi di accettare la loro diversità, anche gli oggetti possono farlo. E’ per questo che gli oggetti diverranno un giorno liberi di assumere la loro forma, il loro colore, la loro espressione o il loro messaggio, in altre parole la loro diversità”

Gaetano Pesce

Premessa

Questo saggio esplora le affinità divergenti tra utopia e ubiquità. Se il primo concetto inventa un luogo inesistente e ideale, il secondo espande in ogni luogo la presenza di un ente in genere divino e controllante. Tra l’essere in nessun luogo e in tutti i luoghi si muove l’innesto attuale di potenziali utopie ubique grazie alla diffusione della comunicazione digitale e dell’individualità movimentata.

Il concetto di utopia oscilla nel tempo occidentale e cambia di significato nei diversi contesti storici, per cui tentare di fermare il suo significato possibile è alquanto arduo. Il metodo che vorrei perseguire è quello di elaborare una costellazione temporanea, costituita da concetti in movimento che possano dare il senso dell’utopia ubiqua: impuro, indisciplinato, feticista, diasporico.

Prima di elaborare questa costellazione, vorrei ricordare che utopia nasce per negare (“ou”) i luoghi storicamente conosciuti quando vari navigatori iniziavano a disorientare lo spazio e a incontrare culture radicalmente diverse. Per questo sottolineare la data di pubblicazione del libro di Tommaso Moro significa focalizzare il contesto storico-culturale della nascente modernità: 1492-1516, cioé solo un ventennio dopo il cosiddetto descubrimento delle Americhe. Il viaggio avventuroso e la scoperta dell’ ignoto sono costitutivi di tale fase. Ma non solo.

Inizia già da allora il conflitto tra il viaggiatore nell’esperienza e il sedentario nella scrittura. Moro da fermo inventa il nome Utopia; Vespucci navigando dà il nome America.

Il vagare senza una meta precisa fu giá premessa del romanzo moderno. Nel Decamerone, infatti, Boccaccio designa i suoi eroi come vaganti: “assai vagati siamo”, in cui il toscano usa la forma passiva del vagare, poi (purtroppo) caduta in disuso nell´italiano. L’abbandonarsi all´esperienza del vagare si differenzia dal viaggiare, che in genere ha una meta, mentre il vagare é senza uno scopo preciso: lo scopo sta nel perdersi, nell´abbandonarsi al piacere di essere vagati. Il contesto materiale del viaggio in quanto vagare definisce l’emergere del concetto dell’utopia. Solo attraverso la scoperta dell´altro non tanto straniero quanto radicalmente estraneo agli stili di vita conosciuti si puó inventare un modello familiare potenzialmente altro.

Per Moro l´altro non é un selvaggio da civilizzare, convertire o sterminare, bensí una premessa per decifrare le potenzialitá felici (eutopia) interne alla cultura dello scrittore e dei suoi innumerevoli lettori.

Così il sedentario inventa un luogo irreale che, proprio per la sua irrealtà, viene percepito come lo spazio più concreto che si possa immaginare. Per lui, la centralità utopica dell´agricoltura deriva appunto dalle notizie ancora fantasiose sulle condizioni delle popolazioni “native” che vivevano “secondo natura”. Ed è noto che furono i gesuiti a rimanere non solo affascinati quanto a organizzare concretamente la loro utopia in quella vasta area nell’odierno Paraguay che ancora oggi si chiama missiones. E le missioni furono appunto utopie concrete almeno fino alla loro cacciata.

La premessa finisce qui: il viaggio concreto definisce l´utopia immaginaria. Solo viaggiando negli spazi sconosciuti si puó trovare l´ignoto in quanto fascinoso e perturbante.

Il viaggiare e il viaggiarsi sono costitutivi di quella che diverrá utopia. Eppure è la scrittura sedentaria che ne elabora la visione. E la fissa… Per me, le utopie ubique si muovono nelle relazioni indisciplinate tra il meta-feticismo, che va oltre il suo significato storico segnato dal colonialismo (fetiço è termine portoghese che nasce dalla conquista coloniale), da Marx, Freud e dal senso comune vigente; e la meta-morfosi che tradizionalmente manifesta il desiderio del mutamento identitario e formale.

Ubiquo

Il concetto di ubiquità ha una storia precedente e forse più complessa di utopia e, per la loro affinità divergente, ho pensato di connettere i due termini.

All’ubiquità che scorre in ogni luogo si aggiunge l’utopia che, invece, giace in nessun luogo. Nello scarto transitivo tra queste due proposizioni apparentemente aporetiche, si muove l’utopia ubiqua contemporanea.

L’accezione attuale del concetto di ubiquo è immersa nei flussi della cultura digitale, così – se si digita ubiquity – esce una fantasmagoria infinita di siti. Il motivo è semplice: tale termine identifica il modus operandi nella web-cultura. Un’affermazione condivisa è che il web é ubiquo e che il soggetto che lo usa assorbe l´ubiquitá comunicazionale delle pratiche spazio-temporali di Internet.

Nell’accezione teologica medioevale, il concetto di ubiquo è metafisico ed esprime una opposizione radicale al dualismo e, per così dire, persino al due.

Ubiquo incarna la radicalità onnipresente dell’Uno.

Tale autonomia spaziale deriva dall´essere – l´ubiquitá – una condizione astratta legata misticamente a un essere divino. L’ubiquo non é un risultato dell´esperienza empirica nella vita quotidiana come il simultaneo; al contrario, esso appartiene alla percezione visionaria dell’invisibile in cui la condizione umana è costantemente osservata dallo sguardo divino. Da tale occhio ubiquo non si sfugge, neanche nascondendosi in un posto segreto, in quanto “l’essere” ubiquo ti raggiunge sempre e ovunque, ti osserva e giudica in quanto ti trascende.

Nella contemporaneità, l’ubiquo muta di senso.

Esso si svolge nell’immanenza logico-sensoriale a carattere material/immateriale; eppure l’immanenza ubiqua continua ad esprimere tensioni oltre il dualismo, cioè quel sentire semplificato della condizione umana in cui le opposizioni binarie sono funzionali a ricondurre la complessità quotidiana dentro il dominio dicotomico della ratio.

Le coordinate spazio-temporali diventano tendenzialmente superflue e si espande un tipo di esperienza soggettiva ubiqua. Il me ricercatore si colloca in tale situazione di ubiquitá immerso nella propria esperienza personale e nella relazione istantanea con l´altro; e questo altro è altrettanto ubiquo, nel senso che vive laddove sta in quel momento attivo il suo sistema comunicazionale digitalizzato. Tale esperienza non significa smaterializzazione dei rapporti interpersonali; attesta una complessa rete psico-corporea, connessioni ottiche e manuali, sicuramente cerebrali e immaginarie che spostano l´esperienza del soggetto anche nell´apparente immobilitá. Gli evidenti risvolti psicologici necessiterebbero una ricerca specifica, insieme a un’auto-ricerca da parte del soggetto-etnografo che sperimenta su se stesso queste accelerate mutazioni. Il concetto di multividuo si manifesta appieno in tali connessioni ubique. L´etnografia ubiqua espande multividualità connettive. Sono trame che connetteno frammenti di spazi/tempi privi di quella identificazione determinata “normale” e che moltiplicano identità/identificazioni temporanee. Il soggetto dell´esperienza etnografica ubiqua é multividuale.

L’utopia ubiqua è incontrollabile. È fuori del controllo politico verticale, della razionalità mono-logica, di ogni determinazione lineare spazio-temporale.

In questa prospettiva, è possibile strappare la matrice (indebita) di quello che è definito dio e di conseguenza l’elaborarazione di visioni ubique pratica quelle invenzioni umaniste che si muovono oltre la fissità identitaria delle cose e dell´umano che, per tale qualità oltrepassante, offre visioni poetiche-politiche illimitate.

Accanto alla genealogia dell’utopia si muove l’ubiquità etnografica che richiede di essere precisata.

La mia identitá quotidiana (non solo in quanto di ricercatore) non rimane identica a se stessa, in quanto svolge contemporaneamente relazioni diagonali che usano differenziate espressioni metodologiche in diverse zone, sempre meno caratterizzate geograficamente e sempre piú soggettivamente. Tale identitá è piú flessibile rispetto al passato industrialista, è un’identità in parte mutante adagiata su una zattera instabile, che oscilla tra soggetti/contesti diversi nello stesso frame.

Utopia ubiqua è potenzialitá della fantasia esatta che si congiunge con la tecnologia digitale.

Sintomi

Il soggetto dell’ubiquità utopica non sta nella bibliografia degli ideologues, bensí tra i soggetti attivi della creatività: in primo luogo tra alcuni architetti che sentono il pulsare del mutamento e lo indirizzano verso composizioni inedite. Zaha Hadid é una di queste fonti pulsanti. Lei è una filosofa espansa che inventa scenari presenti/futuri. E necessario saper interrogare le sue opere, osservarle e parteciparle, dialogare con ogni dettaglio espresso dalle sue forme dispari, leggere le sue interviste o dichiarazioni di stile, indirizzare sensibilità ottiche verso le sue opere che spezzano l´ordine delle frasi geografiche euclidee.

Le arti e le scienze umane pretendono opere performative. Un’etnografia performatica dirige una attenzione ubiqua per questa antropologa dell´architettura che anticipa e plasma nuove sensorialitá trans-urbane. É lei la filosofa del contemporaneo che dispiega il presente-futuro, prima e meglio dei classici autori citati per ogni evenienza. L’architetta anglo-irachena Zaha Adid sostiene in una intervista che la composizione diagonale ha costituito l’inizio del suo design:

“The diagonal created the idea of the explosion reforming space. That was an important discovery” (in Jodidio, 2012:20).

Secondo Nicolai Ouroussoff, l’ispirazione e le pratiche vengono individuate nelle prime esperienze creative:
“The early graphic work of Zaha Adid may well have anticipated the computer revolution that has allowed her office to now design very complex structure. I think the design method can be considerate the precursor of computing”, affirms Hadid (…). So through her composition of digital world “we see a proliferation of natural morphologies and entities that might be imagined as a living creature” (pp. 14-18).

Se una architetta riesce a produrre la morfogenesi di creature viventi nelle sue opera significa che una delle manifestazioni più radicali dell’utopia – mescolare le relazioni tra organico e inorganico, tra natura e cultura, praticando la morte per consunzione della dialettica otto-novecentesca e della sintesi – si dispiega nell’ubiquità. Le sue opere, infatti, sono contestuali in parte, ma nelle tensioni più significative possono svilupparsi in gran parte dei territori, cui è strappata la condanna all’identità immobilizzante di molte regole urbanistiche egemoniche ancora in alcune città europee, in particolare italiane. Per questo i lavori di Hadid Zahad illustrano l’emergere di una cultura post-euclidea. Le fantasie esatte da lei elaborate attraverso il digitale non appartengono alle quotidiane esperienze geometriche non solo dell’Occidente. Lei applica “a hybrid self-generative multi-dimension in architectural diagonal forms that have never existed before and that are not based on classical Euclidean geometry, composed of square, circle, etc.” (ibidem). L’esperienza visual e estetica – direi politica in un senso ampio – delle forme generative post-euclidee non coinvolgono solo geometrie, ma, appunto, la logica. Una logica sensibile espansa. Così, Zahad crea esperienze metropolitane innovative, sfida il nostro sguardo abituato a vedere come familiari e quindi normali solo edifici rettangulari, rotondi o piramidali attraverso il modernismo.

Per me Zaha Hadid non è solo architetta: è anche antropologa e filosofa attraverso moduli che lei definisce generative ones. Ovvero che genera “unprecedented forms”. Le sue entità sono immaginate “as a living creature”, attraverso il metodo dell’immaginazione esatta. In tal modo entriamo dentro prospettive molto più ampie al di là della sola architettura: se le sue opere sono generative e auto-morphic, significa per estensione che ogni immagine nella cultura digitale può essere auto-generativa (1).

Vorrei citare la sua costellazione concettuale determinante la prospettiva ubiqua:

“Hybridize, morph, de-territorialize, deform, iterate, nurbs, generative components, script rather than model” (Schumacher, 2008 – in Jodidio, 2012:8).

Cui vorrei aggiungere il concetto determinante di ‘symptoms of a repressed impurity’ che va nella direzione di una “eruptive, chthonic architecture” ovvero di una utopia ubiqua che si innesta nel prospettivismo sincretico (vedi Canevacci, 2013).
I sintomi impure sono un concetto-paradigma che penetra la storia sotterranea dell’Occidente, in quella cultura che ha eliminato o soppresso tutto ciò che è impuro, in quanto il processo di civilizzazione si è basato sui concetti di purezza, autenticità, origine. Allora il sintomo è l’eruzione imprevedibile di tale impura repressione: un sintomo che assume le forme più insospettate, strane, perturbanti e persino misteriche. L’ eruzione di un sintomo può avere tali aspetti bizzarri – e quindi mai e poi mai un aspetto regolare che riproduce un modello architettonico euclideo. Per questo, lei è una “post-Euclidean generative architect. Hadid has broken not only the post-Bauhaus aesthetic, but more significantly, the grid and the solid Euclidean” (25).

Se è necessario interpretare sintomi, allora è fondamentale affrontare diverse discipline o forse praticare l’indisciplina e in ogni caso non è possible ignorare la psicoanalisi. È noto che tanti artisti (non solo surrealisti) hanno trasformato i loro propri sintomi in fisionomie metamorfiche con un alto livello di feticismo estetico.

Zaha Hadid ha la capacità di osservare quello che ancora non esiste, ma che purtuttavia sta sempre più diventando presente in un un utopico-ubiquo cosmopolitanesimo: lei riesce a trasfigurare tali incerti sintomi in architetture diagonali extra-normative.

I sintomi sono eruzioni corporali (o psicologiche) devianti, risultato infiammato di problemi che una persona o una cultura non vuole osservare.

Spesso sono eruzioni cutanee o ossessioni comportamentali. Quasi come una terapia psico-architettonica, lei mette in discussion un problema fondamentale per ogni utopia ubiqua: liberare la repressione dell’impuro, su cui stigma secolari si sono sedimentati e così trasfigurare le eruzioni cutanee in una disturbante eruzione ctonica.

Difetti

Ora vorrei presentare Gaetano Pesce, un designer che attesta la transizione radicale dall’industrial design – dove l’oggetto era industrialmente replicabile all’infinito – al design personalizzato. Secondo la sua visione, per ciascuna persona è previsto un oggetto singolo, che a sua volta è individualizzato e se-movente: così esso (o meglio lui/lei) diventa più-che-oggetto, l’oltre-oggetto: un pezzo unico e, in quanto unico, incorpora la biografia del soggetto, di un io espanso.

Il suo concetto metodologico produttivo è il difetto. Nell’uso mutevole delle resine per elaborare il suo materiale e formare cose-ego si incontra “il fascino irresistibile dell’inatteso” (Dardi, 2014:16). Può sembrare paradossale, ma in tale filosofia l’unico risultato che ci si possa attendere è proprio quello del difetto.

“Se la serie è omologazione e ripetizione livellante, allora il difetto diviene unicità nella diversità: umanità (…). Il difetto è l’irripetibile che ci rende diversi da tutti. Il difetto è lo strumento per abbattere la purezza del tratto somatico o della pelle; e persino abbatte il diktat della filosofia del bello artistico (e morale) che troppo spesso ha limitato l’espressione” (17).

Il difetto è irripetibile e indisciplinato, nel senso che non rimane rinchiuso nel cerchio magico di una disciplina per diventare incomprensibile – ovvero sfida la logica della “comprensione” basata sull’dentità.

Si veda Pratt Chair o I Feltri, sedie del 1984 che collassano nel suo essere privo di struttura, corpo senza scheletro, dove la funzione pratica o dell’utile viene meno o la poltrona Up che concretizza polisemie inaspettate. Da qui il suo progetto Non Standard che importa il virus della differenziazione dentro le tipologie che nel design industriale sembravano inamovibili. Altro esempio noto sono le calzature Melissa, dove la scarpa vive l’imprevedibilità basata sulla libera interpretazione e mutazione dell’utente, che può togliere o inserire diverse piccole bolle secondo il proprio estro: per cui la tipologia finale della scarpa è sfidata in quanto è tutta da inventare. L’antropomorfismo è un altro stile determinante: armadi, lampade, tappeti, sedie prendono forme umane, quesi fosse ogni oggetto il ritratto di una persona o viceversa. La relazione con la meta-morfosi e il meta-feticismo pare chiarissima in tali esempi, dove tutto transita tra esseri diversi. L’ideologia comunitaria è messa in discussione come politica e come estetica.

Dice Pesce:

“Non è più il tempo della coerenza, si deve seguire la realtà. Che non è coerente per niente” . E ancora: “La specializzazione ci porta alla solitudine. Mentre la conoscenza orizzontale ci dà la possibilità di essere in contatto con molti campi della conoscenza” (27).

La produzione diversificata all’interno del processo industriale deve fondarsi sulla peculiarità dell’esperienza soggettiva e sul pluralismo della società contemporanea. In conclusione Gaetano Pesce ha anticipato già negli anni vivi della pop art il principio della personalizzazione del prodotto artistico. In questo senso, pur lavorando nella stessa fase storica di Warhol, il designer sta fuori non solo dal paradigma seriale della pop art ma anche della riproducibilità benjaminiana. Una costellazione composta da variabili aperte, autoproduzione degli oggetti, la distinzione del difetto, l’incidente espressivo, l’eccezione, lo scarto. Il tempo delle copie è tramontato. Il design non produce più copie, bensì originali. Identità plurali. Auratiche.

“Mentre Warhol concepisce le sue opere come lo specchio di una società che vede nella produzione seriale omologata il principale motore di ricchezza, di conseguenza trasferisce l’oggetto d’arte nel processo seriale, Pesce estrapola l’oggetto d’uso dalla produzione in serie omologata per dargli il carattere di unicità” (Mercurio, 2014:34)

La citazione messa all’inizio del capitolo esprime la visione di una antropologia-non-antropocentrica, dove gli oggetti – resi schiavi come tanti esseri umani – diventano liberi di assumere la propria forma. Così la personalizzazione della serie esce dalla serie e si dirige verso l’auto-costruzione multividuale. Gaetano Pesce usa nuove tecnologie per il suo design indisciplinato e individualizzato. La cultura digitale e la centralità dell’auto-rappresentazione si estende dagli umani agli oggetti, entrambi costitutivi in quanto esseri che hanno il diritto alla bellezza e alla loro singolarità soggettiva. L’innovazione è per lui determinata da linguaggio, tecnologia e materiali. Il risultato è una espansione del sincretismo difettoso grazie alla sua interconnessione con un meta-feticismo magnifico, molto più chiaro di tanta filosofia o antropologia, attraverso cui vivifica le cose e le rende partecipe del processo di trasformazione meta-morfico. Percepire le connessioni tra i sintomi impuri di Zaha Hadid e il difetto auto-costruttivo di Gaetano Pesce significa inoltrarsi negli spazi dell’utopia ubiqua.

Auto-rappresentazioni

Fin dal 1930, Sigfrid Kracauer ha focalizzato tale questione: “self-representation of the masses subject to the process of mechanization, that is, the conditions of possibility for a democratic culture” (Kracauer, 1995: 75-86; vedi anche Bratu Hansen, 2012:40).

La seconda rivoluzione industriale impressa da fordismo e taylorismo favorirono comportamenti nella vita di tutti I giorni e ancor più nel nascente “entertainment”, dove le persone – in particolare quelle abitanti nelle cità – furono spinte a manifestare per la prima volta la possibilità di rappresentare se stessi usando (o essendo usati da) i nascenti mass media. Kracauer analizza il caso delle Triller Girls come una danza emergente basata sul sistema di produzione capitalistico applicato al pubblico occidentale, dove lo stile della linea di montaggio è incorporato dalle ballerine. Secondo lui, giàà allora si manifestò una contraddizione dialettica tra il desiderio di “self-representation” dei media nascenti e il processo meccanico basato sulla “de-individualization”.

Allo stesso tempo, “Adorno’s notion of radio physiognomy is stressing that ubiquity is unique to the medium and distinguish radio to the other forms of communication” (Jenneman, 2007:413). Tornando a Zaha Adid e Gaetano Pesce, è possible applicare i concetti di auto-rappresentazione digitale e fisiognomica ubiqua nella creatività del non-essere-ancora. A mio vedere, ovviamente i social networks hanno un differente tipo di fisiognomica rispetto alla radio: una fisiognomica digitale e fluida simultaneamente diffusa negli schermi di lap top, cell phone, tablet ecc. Tale ambivalente caratteristica può essere interpretata e forse trasformata attraverso lo stupore metodologico applicato al meta-feticismo e all’auto-rappresentazione ubiqua.

La rivoluzione digitale, la crisi dei mass media, l’emergere di una nuova individualità (multividuo) può offrire una radicale e differente sfida in una prospettiva politica che penetra le connessioni tra auto-rappresentazione e tecnologie.

“The question of ‘Who represents who?’ takes up Marx’s criticism of the division of labor. The current accelerated digital-industrial context has producing a different kind of ‘division’: a division between those who communicate and those who are communicated; between those who historically have the power of narration and those who are in the lonely state of being narrated” (Canevacci, 2013:32).

A partire dagli anni ’90, le mie ricerche hanno avuto come posizionamento tentare di affermare la sfida dell’antropologia contemporanea attraverso la tensione polifonica, la dialogica sincretica e il conflitto comunicazionale tra etero e auto-rappresentazione. Ricerche, posizionamenti e sfide verranno affrontati e risolti di volta in volta secondo procedure non più unificate bensì decentrate, multiple, alterate. Le procedure metodologiche secondo cui tradizionalmente l’antropologo/a rappresentava l’altro con le sue logiche esterne, con scritture o fotografie aliene, con le sue autorità discutibili si sono – se non esaurite – almeno attenuate. Questo transito sta avvenendo sia sotto le spinte post-coloniali, che hanno denunciato un persistente contesto politico-culturale mondiale che impediva la realizzazione sociale di questo “dopo” che sembrava non arrivare mai; e sia grazie all’affermarsi, anche se minoritaria, di una nuova antropologia critica oltre il monologismo imperante. In conseguenza di ciò, appare evidente che il “chi ha il potere di rappresentare chi” sta diventando un nodo centrale che si aggroviglia sul dominio “scientifico” che una parte maggioritaria dell’Occidente continua ad esercitare verso e contro l’altro.

Il citato problema su “chi-rappresenta-chi” in tutti i risvolti di potere riprende e amplia la critica sulla divisione del lavoro così come Marx l’aveva presentata, rendendo insufficienti le letture otto-novecentesche basate sulla centralità strutturale di stratificazione sociale e processi produttivi. L’attuale fase post-industriale e l’accelerazione delle culture digitali, infatti, includono ulteriori “divisioni” tra soggetti appartenenti a culture ed esperienze diverse, per es. la divisione tra chi comunica e chi è “comunicato”, tra chi ha storicamente il potere di narrare e chi sta nella sola condizione di essere un oggetto narrato. È diventata insufficiente persino la classica vocazione dell’antropologia a “cogliere il punto di vista nativo”, che può mantenere una parziale legittimità solo in quanto questo stesso nativo – individualizzato e differenziato – comunica il proprio punto di vista.

Per cui tra “chi-rappresenta” e “chi-è-rappresentato” vi è un nodo linguistico specifico, relativo a quella che chiamo divisione comunicazionale del lavoro, che va affrontata nei metodi e nelle pragmatiche.

Tra chi ha il potere di inquadrare l’altro e chi dovrebbe continuare ad essere inquadrato – per essere un eterno panorama umano – si è ossificata una gerarchia della visione che è parte di una logica dominante da mettere in crisi nella sua presunta oggettività. La divisione di. È insopportabile – politicamente ed etnograficamente – che nella comunicazione digitale si riproponga un neo-colonialismo mediale con una divisione gerarchica tra chi rappresenta e chi è rappresentato, tra chi filma e chi è filmato, chi narra e chi è narrato, chi inquadra e chi è inquadrato.

Le nuove soggettività che stanno affermandosi come “altre”- hanno il vantaggio di poter usare le tecnologie digitali che favoriscono questo decentramento con un effetto dirompente non paragonabile con quello analogico. Facilità di uso, abbassamento dei prezzi, accelerazione dei linguaggi, decentramento di ideazione, editing, consumo. La divisione comunicazionale del lavoro tra chi narra e chi è narrato – tra auto ed etero-rappresentazione – penetra dentro la contraddizione emergente tra produzione delle tecnologie digitali (legate ai centri del potere occidentale) e uso di queste stesse tecnologie da parte di soggetti con una autonoma visione del mondo. Tale divisione e tale contraddizione ridefiniscono lo scenario di potere dentro il quale l’antropologia della comunicazione digitale si dispone per confliggere contro e oltre ogni persistente tentativo di appiattire e folklorizzare l’altro.

Nella antropologia e nella architettura, nella comunicazione digitale e nella politica comunicazionale, il ricercatore è legittimato a interpretare l’altro solo in quanto è disponibile a farsi interpretare dall’altro. Questa è la dialogica utopica e la sfida ubiqua verso una transitiva epistemologia della rappresentazione.

Diasporici

Il termine diaspora è abbinato alle disseminazioni di vari popoli nel mondo.

La storia del popolo ebraico è legata a tale concetto, per cui a lungo i due termini sono stati associati quasi genealogicamente. Un’altra diaspora è segnata dall’imposizione della schiavitù, che le popolazioni africane hanno subito disperdendosi nelle grandi piantagioni delle Americhe, fino ad arrivare nelle periferie urbane (quilombos). Le diaspore palestinesi, curde, maghrebine, asiatiche hanno coinvolto gruppi di persone appartenenti a differenti scenari politico-culturali che si spostano ovunque si prospettino possibilità di vita diverse. Nei tempi recenti, tale termine indica le migrazioni dei latinos verso gli Stati Uniti che diventano diaspore quando il loro numero diventa significativo. Infine, la diaspora si avvicina all’esilio: della prima si mette in risalto la dimensione collettiva dello sradicamento territoriale, del secondo il carattere individuale legato a motivi tra i più diversi. Diaspora, migrazione, esilio sono processi storico-culturali affini e diversi, che coabitano e trasferiscono l’una nell’altro.

La diaspora classica è caratterizzata da alcune prospettive: esperienze di comunità di minoranze espatriate – distaccate da un centro originario – con una memoria della terra d’origine – senza sentirsi mai pienamente accettate nel paese ospitante – con il progetto di un ritorno alla terra degli antenati – con una solidarietà di gruppo che produce una forte identità collettiva. Accanto e oltre tale modello si è messo in moto un processo di mobilità transnazionale dalla composizione molteplice (espatriati per piacere, insoddisfatti nazionali, lavoratori flessibili, esiliati senza politica, artisti emergenti, inventori digitali, artisti vagabondi, cercatori di esperienze, di successi, di storie ecc.), attraverso cui si vanno affacciando ben diversi soggetti diasporici fuori da ogni tipologia, non più segnati dallo sradicamento violento e neanche dall’alienazione collettiva dalla propria patria. L’insieme di tali attraversamenti diasporici (quelli di minoranze fuggitive e di individui erranti) sovverte le regole giuridiche e politiche su cui si sono basati gli stati nazionali. Il concetto di cittadinanza è sfidato da questi soggetti diasporici, per cui gli stati e i comuni hanno difficoltà a dare soluzione politica a questi flussi.

Le identità-diasporiche esprimono sfide e irregolarità rispetto sia all’ordine amministrativo statuale ospite.

Spesso le forme linguistiche o artistiche di queste sfide esprimo miscele sincretiche e, ovviamente, ubique. Allontanarsi dalle proprie origini, da una iniziale identità e da una cultura essa legata; avventure nello sconosciuto e nel rischio di modificare la propria sensibilità; avere identità diverse, sovrapporre la vecchia alle nuove, sentire l’espansione del proprio sé. La vaga consapevolezza che la perdita può essere generatrice di speranza. Che attraversare contesti stranieri non favorisce solo la nostalgia arcaica, nè l’immobilità familistica e neanche la banale assimilazione al nuovo.

Tali diaspore irregolari rompono la stringente alleanza che l’Occidente ha saputo produrre tra umanesimo universalista e nazionalismo statale: tra l’Illuminismo che proclama l’uguaglianza degli esseri umani e gli illuministi che perseguitano questi stessi esseri umani nelle loro colonie. La soggettività diasporica si inserisce negli interstizi di questa morsa per sgusciare e liberare modalità autoaffermative che intaccano il potere immobilista del localismo e quello omologante del globalismo. Per questo è importante cogliere queste diaspore soggettive, diverse dallo sradicamento violento dal territorio proprio della diaspora collettiva. Favorire una cesura dalla diaspora tradizionale e liberarla dal peso doloroso dell’origine per sprigionare il senso disseminato delle molteplicità. Transitare dalla diaspora connessa alle sofferenze etno-storiche alle diaspore produttrici di esperienze soggettive. La prospettiva dei nuovi sincretismi si basa su quest’ultima concezione delle diaspore, quelle individuali non legate alle forzose migrazioni, alla deterritorializzazione come sottrazione, bensì a una soggettività eteronoma che sperimenta lo scorrere potenziale delle proprie pluralità.

Soggettività e identità diasporiche sono esperienze concrete e fluide a disposizione di ciascun multividuo contemporaneo.

Ciò che confligge contro dualismo e universalismo è la molteplicità identitaria del soggetto che decide di sperimentarsi diasporicamente. Un transito pluricentrico dalla diaspora coatta-collettiva alle vaganti diaspore soggettive. Le diaspore non sono né una prospettiva normativa che vincola, impone o perfino suggerisce, né un’allegoria che evoca sentieri ibridi. Su tale punto è importante la ricerca condotta da Paul Gilroy sulla diaspora africana vista non più – come normalmente si continua a presentare – come un residuo medioevale. Secondo lui, il viaggio delle navi negriere contiene – all’interno delle sue stive cariche di persone in condizione di schiavitù – “un sistema vivo micropolitico e microculturale in movimento” (Gilroy, 2003:51), che costituisce una delle più straordinarie anticipazioni della modernità: “Possiamo vedere l’Atlantico Nero dipanarsi in teorie della cultura della diaspora e della memoria della dispersione, dell’identità e della differenza (…). La contaminazione liquida del mare comportava sia la mescolanza che il movimento”(19-33).

L’esperienza del transito, delle mescolanze impure, dei sincretismi religiosi, spaziali e culturali, delle ricombinazioni sorprendenti, di stili, codici, modelli insubordinati, si compie grazie alle diaspore africane che attraccano nelle sponde dell’Atlantico e le trasformeranno – più che in nero – in una molteplicità di sfumature cromatiche e identitarie, culturali e comunicazionali, erotiche e filosofiche che anticiperanno la contemporaneità.

Il soggetto diasporico non è più il migrante caratterizzato dalla penuria, dalla ricerca di un lavoro qualsiasi, nè dal violento sradicamento collettivo; non reinventa nostalgicamente una cultura locale che non esisteva nella sua vita d’origine e che non lo realizzava. Non folklorizza se stesso.

Il soggetto diasporico esprime una tendenza di una minoranza non minoritaria che fuoriesce dal suo mondo locale, che vuole conoscere e attraversare culture diverse e, insieme, se stesso. Il soggetto diasporico manifesta l’insorgenza di una cittadinanza transitiva, non legata a uno Stato-nazione o a un passaporto, bensì immanente al suo essere umano.

Umanità che muove. Cittadinanza transitiva e umanista che sfida il diritto globale; il cittadino soggetto di diritti è diasporico e, in questo senso, transurbano: è un cittadino che crea trans-urbanesimo.

La cittadinanza diasporica si può connettere all’arte in senso esteso.

Molte invenzioni appassionanti esteticamente – che si affermano nell’ambito delle musiche, le mode, i design, i web, gli stili e via così – sono diasporiche. Sicuramente ubique. Forse anche utopiche

Meta-feticisti

Ora confesso la mia utopia ubíqua. La mia ipotesi immagina una genealogia antropologica del feticismo tentando di verificare se è possibile affermare e praticare un meta-feticismo oltre il dominio politico o le deviazioni stigmatizzanti incorporadte nel corso delle varie stratificazioni storiche. In questo senso, la prospettiva del meta-feticismo può favorire un re-enacting desiderante e mutante com il suo doppio: la meta-morfosi.

Il problema del feticismo è crescente, in particolare per la sua interconnessione con la cultura digitale che sta causando una proliferazione di feticci visuali più differenziati. Tutto ciò significa che un nuovo e preoccupante paradigma coinvolge e trasforma questo concetto. La mia riflessione affronta la tradizione coloniale in cui è nato il concetto, lo sviluppo di Marx per quanto riguarda le merci e l’applicazione di Freud alle perversioni sessuali. Tutto questo sembra radicalmente inadeguato. Ulteriormente il senso “comune”, riproduce le spiegazioni nei vocabolari, in cui il feticismo è ancora percepito e definito come qualcosa di magico, irrazionale, primitivo.

I feticismi visuali – material / immateriali – sviluppano un approccio pragmatico al di là del dualismo classico e della stessa dialettica; “Lui” (il feticismo) può liberare le incrostazioni collegate a reificazione, alienazione, perversione, senso comune. “Lui” incorpora tendenzialmente – anche se mescolato col dominio – un desiderio disturbato e parzialmente deviato quanto diffuso nelle diverse culture e in diversi modi: affrontare le relazioni organico/inorganico, corpo/merce, occhi/schermo, carne/ tecnologia – forse anche vita/morte – nelle manifestazioni mitiche, sacre o artistiche che animano quello che sembra cosa morta.

Il feticismo collega, incrocia e mescola reificazioni e pietrificazioni, storie e miti, tempo e spazi. Sta all’interno del corpo del capitalismo e nei corpi trans-culturali mitologici che vivono nella vita quotidiana contemporanea. Feticismo anima non solo merci e reifica contestualmente lavoratori: “lui” vivifica quello che è fisso, un oggetto, una cosa o una immagine. Pertanto, i feticismi visuali sono determinati dal concetto di fatticità, un concetto sensoriale in cui viaggiano – con tensioni ibride – cose, oggetti, merci, pixel.

Nella mia prospettiva, il feticismo in generale – e in particolare le nuove forme di feticismi digitali – esprime una tendenza oltre il paradigma dualistico. Di conseguenza, incorpora un oltre, cioè il meta-feticismo che a sua volta è collegato con altro concetto complesso praticato in modi diversi in molte culture: la meta-morfosi.

La mia ipotesi è chiara: il crescente incrocio tra meta-feticismo e meta-morfosi è desiderato e praticato attraverso l’espansione dei sincretismi culturali. Questo mix compulsivo di codici, stili, comportamenti, arti, moda disegna scenari che stanno diventando fondamentali nelle culture e nelle politiche contemporanee. A volte, i frammenti di liberazione sono percepiti con indifferenza passiva o regressioni violente; quello che è chiaro osservando i siti fondamentalisti (nella religione, politica o nello sport). Qui vorrei sostenere il potenziale utopico oltre incorporato nelle reificazioni contemporanee, ben diverse da quelle industrialiste. E la direzione è un sincretico aurorale meta-feticismo.

Il feticcio è un concetto di matrice coloniale che nasconde un desiderio oscuro/luminoso che i portoghesi hanno cercato di rinchiudere in una regressione primitivista e animista, senza storia e senza teologia. Animismo come anima secondaria e inferiore. Anima degenerata o meno sviluppata. Il potenziale insito nel feticismo aspira al desiderio di relazionarsi e cercare di risolvere le differenze tra ciò che è morto e ciò che è vivo (body-corpse), tra sacro e quotidiano, sesso e erotica, lavoro e arte. In conclusione, il feticismo incorpora il desiderio di capire e di vivificare frammenti di culture al di là del dualismo concettuale, di paradigmi dicotomici o della dialettica sintetica: “Lui” è filosofia pragmatica e perturbativa che capisce il rapporto tra reificazione e pietrificazione, tra mito e ragione. E la risolve o la dissolve.

Chiamo meta-fetichismo questa costellazione vagante sincretica.

In esso, sopravvivono desideri interculturali, speranze politiche, performance marginali, deviazioni sotterranei che fluttuano, si differenziano e mescolano culture diverse. L’immaginazione esatta del meta-feticismo esplora una antropologia non antropocentrica. Dove cose, merci, oggetti (le fatticità) sono liberati dalla sentenza di essere utili o morti. I meta-feticismi si intersecano con le meta-morfosi e – così sincretizzati – affermano il potenziale utopico e ubiquo di sovvertire lo “stato delle cose”: perché le cose sono material/ immateriali e non hanno stato, ma movimento. Le cose sono esseri transitivi.

Il feticcio è um oggetto oltre se stesso: un soggetto che anima l’inanimato. E che apreverso storie utopiche attraversando o stupore ubiquo della fatticità… Il feticismo attende la sua liberazione: questa la mia utopia ubiqua.

Finale utopico-ubiquo classico

Per concludere con una metodologia utopica, vorrei focalizzare Kairos, dio greco del “momento passaggero”, che coglie un’opportunità favorevole che oppone il fato all’umano. Tale momento deve essere afferrato nel ciuffo di capelli sulla fronte della figura fuggente, altrimenti il momento va via e non può essere ripreso: per questo, la parte posteriore della sua testa è calva. L’immagine dei capelli sulla fronte e della nuca calva era associata dai romani alla dea Fortuna. Sulla statua di Kairos fatta da Lisippo era scolpito il seguente epigramma di Posidippo:

“E chi sei tu? – Il Tempo che controlla tutte le cose.
Perché ti mantieni sulla punta dei piedi? – Io non corro mai.
E perché hai un paio di ali sui tuoi piedi? – Io volo con il vento.
E perché hai dei capelli davanti al viso? – Per colui che mi incontra per prendermi per il ciuffo.
E perché, in nome del cielo, hai la parte posteriore della testa calva? Perché nessuno mi afferra da dietro”.

La proposta verso un’etnografia indisciplinata, impura e diasporica si muove verso un’utopia ubiqua che va in questa direzione diagonale: afferrare il ciuffo frontale di Kairos, senza aspettare nell’immobilità realista.

Note

1. La questione è complessa e non può essere riassunta in una nota, ma vorrei sottolineare che anche le azioni dell’ISIS hanno una componente utopica-ubiqua così evidente. Tutte le loro azioni mescolano operazioni militari e video attraverso una eccezionale capacità di usare la comunicazione digitale come strumento di guerra. L’iconoclastia estrema da loro diffusa nel web e grazie al web è un esempio della complessità delle utopie ubique che non sono (e da tempo!) solo caratterizzabili in senso progressivo.

Bibliografia

Boccaccio, G., Il Decamerone

Bratu, M., 2012, Cinema and Experience. S. Krakauer, W.Benjamin, T.W.Adorno, University of California Press, Berkeley, LA, London

Canevacci, 2013, SincretiKa. Esplorazioni etnografiche sulle arti contemporanee, Bonanno, Roma

Canevacci, 2013, The Line of Dust. The Bororo Culture between Tradition, Mutation and Self-representation, Canon Pyon, Sean Kingston Publishing

Gilroy, P. 2003, The Black Atlantic, Roma, Meltemi

Hadid, Z., 1991, Recent Work, in Noever, P. et al. (eds.) Architecture in Transition Between Deconstruction and New Modernism. Munich: Prestel Publishing, pp. 47-61

Jenemann, D. 2007, Adorno in America, University of Minnesota Press

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Kracauer, S., 1999, The Mass Ornament, Harvard University Press, Cambridge ( Mass.)

Mercurio, G., 2014, Gaetano Pesce, l’indisciplinato, in Pesce (2014)

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U-Topia. Utopie ubique interconnettive a Matera https://la-cura.it/2016/10/13/u-topia-utopie-ubique-interconnettive-a-matera/ https://la-cura.it/2016/10/13/u-topia-utopie-ubique-interconnettive-a-matera/#respond Thu, 13 Oct 2016 10:16:30 +0000 http://la-cura.it/?p=8273

Nel 1516 a Leuven Erasmo pubblica “Utopia”, il più famoso e controverso libro di sir. T. More.

Tanto che oggi ancora ne parliamo. Tanto che Utopia è considerato forse il primo romanzo moderno. Tanto che questo libro ha dato vita ad un nuovo genere letterario: il romanzo utopico/distopico, ad oggi in piena salute.

La Cura  ha celebrato questo straordinario anniversario con il suo approccio interconnettivo insieme a Matera.

Scopriamo insieme i contorni di una settimana epica in cui, dal 19 al 24 settembre la città dei sassi  futura Capitale Europea della Cultura, è diventata il teatro di un neo-rituale ubiquo per celebrare utopie inteconnettive.

Buon viaggio.

Come nasce il progetto

“Matera è abitata dagli esseri umani in modo continuativo da oltre 6.000 anni: uno dei siti più antichi al mondo, luogo di rocce e rituali stratificati nei millenni, nel confronto/conflitto perenne fra natura e umanità. Confronto che si misura ancora nella festa annuale della Bruna, con lo strazzo del Carro: ci partecipo ogni anno da quando mi sono trasferito qui.”

Sono fra le prime cose che ci racconta Emmanuele Curti, archeologo e nuovo compagno di Cura che abbiamo scoperto dalla pubblicazione del libro.

Emmanuele Curti parla di Matera. Nella foto: Oriana Persico ed Emmanuele Curti, vista da Piazza. V. Veneto.

Emmanuele Curti parla di Matera. Nella foto: Oriana Persico ed Emmanuele Curti, vista da Piazza. V. Veneto.

Vogliamo fare qualcosa insieme, e farlo a Matera.

L’occasione è offerta da Materadio: la kermesse di musica e cultura, organizza Radio3 da 6 anni in città a fine settembre,  ha come tema l’Utopia.

Click. Il concept si delinea velocemente

A 500 anni dalla pubblicazione di Utopia, vogliamo giocare di nuovo con il linguaggio, e con i luoghi.

Utopia è un neologismo dal greco, da “ou” (suffisso di negazione, “senza”) ed “eu” (“buono), insieme a “topia” (“topos”, luogo). Una società perfetta, ma senza luogo che sancisce la sua impossibilità di esistere.

La mappa di Utopia di T. More

La mappa di Utopia di T. More

Siamo davanti a questa contraddizione, la osserviamo.

Che succede se barriamo la “U”?

Il luogo improvvisamente riappare. Non uno: migliaia, centinaia di migliaia di luoghi (e la loro utopia) possono esistere. Luoghi che nascono dalle parole e dalla moltiplicazione delle parole.

UTopia è la creazione collettiva e connettiva di un dizionario per immaginare e moltiplicare futuri possibili. E di una performance.

Un neo-rituale che, innestandosi sulle tradizioni della città, dialoghi e interagisca con i corpi e lo spazio pubblico.

Come nel 2012 La Cura ha riposizionato la malattia al centro della società, ora sono l’utopia e un dizionario ad aprirsi al mondo per essere risemantizzati.

Il progetto ci emoziona e abbiamo il via dalla Fondazione Matera-Basilicata 2019. Ci prepariamo quindi per settembre: tutto avverrà nella settimana dal 19 al 25, in concomitanza con Materadio.

UTopia, Logo

UTopia, Logo

Il Dizionario

La prima parte del progetto ci vede impegnati nella creazione di una piattaforma che consenta a chiunque di creare lemmi.

Il meccanismo è semplice: basta sostituire la “U” con una qualsiasi parola, esistente o immaginaria. I lemmi andranno descritti e possibilmente localizzati, a creare una geografia di parole.

Il dizionario non ha filtri, chiunque può partecipare.

Chiunque può essere creatore di parole e, nel processo, riappropriarsi della funzione generativa del linguaggio.

UTopia, screenshot dall'interfaccia per creare i lemmi

UTopia, screenshot dall’interfaccia per creare i lemmi

La piattaforma verrà lanciata a Matera prima del rituale.

Coinvolgiamo in questa fase i nostri network: artisti docenti, curatori e persone vicine all’universo della Cura a cui chiediamo di scrivere i primi lemmi.

Saranno (in ordine alfabetico) Agnese Addone, Elisabetta Angella, Lavoslava Bencic, Mario Bernaudo, Beatrice Bianchini, Anna Lucia Cagnazzo, Christian Caliandro, Gianluca Caporaso, Anna Chiara Cimoli, Coltivatori di Musica, Stefania Crobe, Marzia Ercolani, Clementina Gentile Fusillo,  Alberto Gomez, Dogu Gundogu, Milijana Komad, Ami Licaj, Ciccio Mannino, Caterina Martucci, Municipal Foundation Plovdiv 2019, Paolo Naldini, Naz Onen, Greta Petračić Benčić, Nicoletta Raffo, Catterina Seia, Urška Spitzer, Jasmina Tesanovic, Eugenio Tisselli, Maria Venditti, Alessia Zabatino e Salvatore Zingale i primissimi creatori di UTopie.

UTopia, la mappa delle parole - screenshot

UTopia, la mappa delle parole – screenshot

HollywUd: le card

Dopo la piattaforma, l’immaginario. Creiamo delle cartoline da distribuire nei giorni dell’evento per raccogliere in modalità analogica i lemmi.

Lo sfondo di UTopia diventa la collina di Hollywood, luogo non-luogo, regina del fake e della fiction che tante volte ha scelto Matera come set.

Le due “o” sostituite con la “U” barrata: HollywUd.

Immagini e linguaggio giocano insieme, si sovrappongono, flirtano.

Ne stamperemo 3.000.

"U" card

“U” card

I Lab

La seconda fase del progetto si svolge tutta in città.

Con i laboratori entriamo nel vivo dell’azione.

Dal 19 al 22 settembre ci aspettano giorni senza pause: le HollywUd appena state stampate sono il segno tangibile che il progetto è iniziato.

FASE 1 – La creazione della “U”

Il primo laboratorio coinvolge due giovani mastri artigiani materani: Massimo Casiello, artista nella tornitura del legno, e Raffaele Pentasuglia, artista nella cartapesta e nella modellazione dell’argilla. Per una settimana lavorano alacremente alla creazione di una grande “U” di cartapesta: l’oggetto simbolico del rituale.

La “U” inizia da subito a fare delle apparizioni in Città e sui social network suscitando curiosità e domande: si sono visti tanti carri in città, ma questo cos’è? Di che si tratta?

Nessuno sa darsi una risposta e sulla “U” c’è un silenzio top secret.

Apparizioni della "U"

Apparizioni della “U”

Quando arriviamo a Matera, domenica 18 settembre, la scultura di legno e cartapesta è quasi ultimata: è alta 2,2 metri, con una base e dei pali che ne consentono il trasporto, proprio come una vara.

Bianca, semplice e maestosamente tipografica, abbellita con alcuni fogli di giornale sui lati, dove sono apposte due fessure, la “U” è un monumento alla galassia Guttemberg e alla nascita della stampa a caratteri mobili che esplodeva proprio 500 anni prima con tutte le sue conseguenze…

La "U" nella sua Pienezza, Piazza Vittorio Veneto (Matera)

La “U” nella sua Pienezza, Piazza Vittorio Veneto (Matera)

Ci sembra bellissima.

FASE 2 – Projection Mapping e Musica

Il secondo laboratorio si svolge tutto nelle sedi del Conservatorio E. Duni, che diventa il quartiere operativo di UTopia.

Incontriamo il prof. Fabrizio Festa e la sua classe di Musica Elettronica Applicata che ha dato vita a Materelettrica. E’ il momento in cui nasce una piccola equipe temporanea composta da persone che non si sono mai viste prima: Materelettrica (rappresentata da Antonio Colangelo e Marcello Laquale, con il coordinamento di Fabrizio festa), Art is Open Source/La Cura (Salvatore Iaconesi) e Concrete425 (Tommaso Cappelletti e Guglielmo Torelli).

Conservatorio E. Duni, lavorando...

Conservatorio E. Duni, lavorando…

Il gruppo ha davanti una sorta di mission impossible: 6 giorni per conoscersi e creare insieme, dal concept, una performance di projection mapping e una colonna sonora che scandiscano il rituale.

Conservatorio E. Duni, ultimi giorni... Da sinistra a destra: Tommaso Cappelletti, Salvatore Iaconesi, Marcello Laquale, Antonio COlangelo, Fabrizio Festa, Guglielmo Torelli

Conservatorio E. Duni, ultimi giorni… Da sinistra a destra: Tommaso Cappelletti, Salvatore Iaconesi, Marcello Laquale, Antonio COlangelo, Fabrizio Festa, Guglielmo Torelli

Combattendo con una connessione capricciosa, sabato 24, in tempo per la fine del concerto di Materadio, tutti i materiali saranno pronti.

Facciata dell'ex. Ospedale S. Rocco: prove per il projection mapping

Facciata dell’ex. Ospedale S. Rocco: prove per il projection mapping

Projection mapping: realizzando il modello 3D della "U"

Projection mapping: realizzando il modello 3D della “U”

Materelettrica a lavoro sulla colonna sonora

Materelettrica a lavoro sulla colonna sonora

FASE 3 – Il Laboratorio delle Parole

L’ultimo laboratorio si svolge in piazza.

E’ l’interfaccia con la città che inizia a manifestare UTopia nello spazio pubblico: un passaggio fondamentale nell’architettura della performance, che traduce in forma fisica e tangibile il riposizionamento dell’utopia e del dizionario al centro della società.

Coinvolgere delle scuole è quasi naturale, protagonisti gli studenti del Liceo Artistico e Classico E. Duni, e un gruppo di docenti: partecipano dal 19 al 22 settembre con un entusiasmo difficile da descrivere. Il tutto fuori dall’orario di lezione.

UTopia - Il Laboratorio delle Parole

UTopia – Il Laboratorio delle Parole

Il laboratorio è concepito come un luogo aperto, di attraversamento.

Ogni giorno dalle cinque di pomeriggio, non solo gli studenti, qualsiasi cittadino, passante, turista (un “cittadino temporaneo”) può entrare e partecipare, basta la curiosità.

Il cuore dell’azione è Piazza Vittorio Veneto, una grande piazza cittadina, complessa e policentrica, dove una architettura temporanea appare e scompare per ospitare UTopia: è l’Iglu de Vent dell’artista catalano Jordi Enrich, uno “spazio per l’immaginazione” con le parole dell’autore, che esiste e al contempo non esiste, creato in modo collaborativo dai partecipanti e completamente adattabile.

UTopia - Il Laboratorio delle Parole

UTopia – Il Laboratorio delle Parole

Il lab, con la sua architettura mobile e sognante  – una mongolfiera tagliata a metà, che cresce sul suolo sorretta dall’aria di un semplice ventilatore – è una performance che risemantizza e risposiziona. La scuola esce dai suoi confini e si riversa in città, creando ponti, sbordamenti e cortocircuiti, in uno spazio del possibile, dell’inaspettato.

E’ IgludevenTOPIA, il lemma creato dallo stesso Jordi Enrich, ora parte del dizionario: “uno spazio nomade, dalle origini riciclate. Un non-luogo senza significato, che si installa in uno spazio simbolico della città, per riunire la città e ripensare esteticamente il mondo che immaginiamo“.

Iglu de Vent, vista dall'alto, foto di Jordi Enrich

Iglu de Vent, vista dall’alto, foto di Jordi Enrich

In questa bolla colorata, nei giorni del lab, avviene una alchimia.

Gli studenti si appropriano del dizionario e della possibilità di creare linguaggio: un atto di liberazione e di potere. Spontaneamente iniziano a distribuire le card nelle classi, spiegano il progetto ai loro colleghi. Ogni giorno, nell’Iglu de Vent arrivano decine e decine di nuovi lemmi, si discute di politica delle interfacce, dei confini di una geografia digitale, psicologica, immaginaria e del futuro del progetto.

L’ultimo giorno, di comune accordo, lo dedichiamo proprio a discutere il futuro (anzi i futuri) del progetto e a prepararsi per la conferenza stampa, di modo che ognuno possa rappresentare ed esprimere il suo pezzo di UTopia.

Ne emerge un quadro complesso e due istanze principali:

  • integrare UTopia nella programmazione didattica attraversando più discipline;
  • creare dei dei gemellaggi con altre città, in particolare le altre Capitali Europee, coinvolgendo le classi in programmi di peer learning, dove gli studenti possano insegnare agli altri studenti, con il supporto dei docenti, preparandosi a convergere tutti a Matera per il rituale annuale.

Le parole create durante i laboratori intanto hanno preso corpo.

Da un lato, i lemmi vengono inseriti nella piattaforma. Dall’altro, vengono disegnati su cartelloni 70×100 da disseminare nelle strade per i giorni di Materadio.

I lemmi degli studenti in città

I lemmi degli studenti in città

Le utopie dei ragazzi sono ubique: online, offline, materiale primario che andrà a comporre il rituale.

Anche il lab delle parole vede un piccolo team conoscersi sul campo e collaborare per la prima volta: Emmanuele Curti e Oriana Persico (La Cura/Art is Open Source) si occupano dei contenuti, del coordinamento e delle relazioni con gli studenti; Jordi Enrich (Iglu de Vent), Francesco e Daniele Ruggieri (Murgia Madre) delle parti architettoniche.

La Performance

Sabato arriva in un turbine, fra gioia, stanchezza, fisiologiche tensioni.

Venerdì è già performance, con la conferenza stampa realizzata nell’Iglu de Vent. Alle 12 arrivano compatti gli studenti, accompagnati dalla preside e dai docenti: è il momento della rappresentazione pubblica, microfono in mano.

Anche la “U” è pronta e fa il suo ingresso in città, arrivando in tempo alla conferenza stampa in autostop: l’incredibile calore del Sud grazie al quale puoi fermare un camion in strada e chiedere un passaggio…

La "U" va in autostop

La “U” va in autostop

Siamo pronti per la performace: una processione che culminerà nella distruzione rituale della “U” per celebrare le UTopie ritrovate.

La Processione

Subito ribattezzata UParade da Tommaso e Guglielmo, la processione parte dal Museo Ridola per arrivare a Piazza S. Giovanni che, alla fine del concerto di Campogrande, sarà il teatro dell’azione.

Ad aiutarci i performar Nadia Casamassima e Andrea Santantonio, e la loro Compagnia dello IAC – Cetro Arti Integrate.

"U" Parade

“U” Parade

Nel tragitto, che dura circa un’ora e mezzo, ci fermiamo presso bar, piazze, negozi, parliamo con le persone, chiediamo loro di leggere e inserire le card con i lemmi all’interno della “U” utilizzando le apposite fessure.

Si crea un piccolo corteo, alcuni lemmi vengono prodotti lì per lì durante la processione: UTopie di strada.

Il Rituale

Intorno alle 19.30 la “U” viene posizionata davanti al portone dell’Ex Ospedale di S. Rocco, la cui facciata è stata scelta per il projection mapping.

La scultura resta quiescente durante tutto il concerto di Campogrande, mentre la piazza è ormai gremita di persone. Una leggera pulsazione attraversa la scultura, mentre sullo sfondo si staglia la costellazione delle nuove parole generate durante i lab.

Un cielo di parole…

La "U" e le costellazioni di parole: quiescenza prima del rituale

La “U” e le costellazioni di parole: quiescenza prima del rituale

A concerto finito, inizia l’epica in 4 atti che è stata concepita nel quartier generale di UTopia, al Conservatorio E. Duni: la “U” si manifesta nel mondo, mano mano cresce fino a rompere l’equilibrio del suo stesso universo.

L'ingresso della "U" nell'universo

L’ingresso della “U” nell’universo

Le costellazioni di parole iniziano a crollare…

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Fin quando non entra in scena “Topia”: la possibilità di ritrovare i luoghi e un nuovo dispositivo generativo di linguaggio.

"Topia" emerge

“Topia” emerge

Scatti "topici" dal pubblico

Scatti “topici” dal pubblico

Per la “U” è la fine, ma è anche un inizio.

Spostata dal suo piedistallo, la “U” si fa strada nella piazza, le persone creano un cerchio intorno a lei.

Un silenzio breve precede lo squillo di una tromba: Eustachio Barbaro, che da 30 anni dà il via allo strazzo del Carro della Bruna con quella stessa tromba, celebra la distruzione e la rinascita di Utopia.

Eustachio Barbaro: aspettando lo "strazzo" della "U"

Eustachio Barbaro: aspettando lo “strazzo” della “U”

Il mood della piazza muta immediatamente: il richiamo è leggibile, l’atto perfettamente decodificabile per i materani anche se nessuno ha mai visto la “U”.

Si aspetta solo che la tromba sancisca il momento: “strazzare”.

Ci avventiamo sulla “U” dalla quale iniziano a fuoriuscire le card con le parole scritte in quei giorni. UTopie dei ragazzi di Matera che scivolano di mano in mano, mormorate, rubate, qualcuno cerca la propria per riportarla a casa.

Il rito si è concluso.

La "U" dopo lo strazzo

La “U” dopo lo strazzo

18 minuti di performance che hanno mischiato immagini, suoni e corpi, tecnologie e tradizioni popolari, giovani e anziani, Matera e il mondo, saldando il corpo linguistico e digitale del dizionario al corpo umano e architettonico della città.

Un rituale ubiquo e sincretico che possa vivere, evolvere e rigenerarsi ogni anno, facendo di Matera la capitale delle utopie ritrovate.

O , rubando l’incipit del dizionario UTopia, “il luogo dei desideri e dei significati costruiti dalle comunità“.

PS

Intanto, dovunque ci troviamo, possiamo aggiungere nuovi lemmi a questa opera connettiva e collettiva.

Credits

UTopia è un progetto ideato da:
La Cura; AOS – Art is Open Source; Emmanuele Curti

Main Partner:
Fondazione Matera-Basilicata 2019

in collaborazione con:
Radio3/Materadio; Concrete425; Materelettrica/Scuola di Musica Elettronica e Applicata del Conservatorio “E. Duni” di Matera; Raffaele Pentasuglia; Massimo Casiello; IAC – Centro Arte Integrate; Istituto di Istruzione Superiore E. Duni e C. Levi di Matera; HE – Human Ecosystems; Nefula – Near Future Design Laboratory, Murgia Madre

Special Thanks

Fabrizio Festa, Antonio Colangelo, Marcello Laquale, Tommaso Cappelletti, Guglielmo Torelli, Patrizia Di Franco, Camilla Spada, Maristella Saponaro, Genny Adessa, Irene Sandri, Antonia Demma, Mariagrazia Riccardi, Martina Albanese, Angelica Giustizieri, Anna Iandoli, Enrico Antodaro, Girolamo Calculli, Elena Chierico, Kheireddine Guellour, Francesco e Daniele Ruggieri. 

UTopia on the news

NUOVA DEL SUD: La capitale della cultura diventa luogo di nascita di nuovi lemmi (26 settembre)
QUOTIDIANO DELLA BASILICATA:  Il vocabolario che emerge dai luoghi Una piattaforma che va al di là dello spazio (24 Settembre)

Racconto visuale per immagini

Di Tommaso Cappelletti (Concrete425/Nefula-DOCU), clicca per esplorare questo bellissimo album:

Projection mapping: colonna sonora e immagini al completo

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La Cura, il Neuromed e BAOTAZ https://la-cura.it/2016/10/07/la-cura-il-neuromed-e-baotaz/ https://la-cura.it/2016/10/07/la-cura-il-neuromed-e-baotaz/#comments Fri, 07 Oct 2016 09:34:25 +0000 http://la-cura.it/?p=8257 Sono passati pochi giorni dalla Notte dei Ricercatori che si è svolta a cavallo fra il Polo Didattico e i laboratori di Ricerca della Fondazione Neuromed, coinvolgendo 1.200 studenti del territorio molisano, istituzioni locali e nazionali, ricercatori e cittadini.

Una notte che ha saldato un nuovo capitolo della Cura per molti motivi.

BAOTAZ - Notte dei Ricercatori: un nuovo inizio

BAOTAZ – Notte dei Ricercatori: un nuovo inizio

Il primo è forse più squisitamente autobiografico.

Siamo entrati al Neuromed da “pazienti” – con tutte virgolette del caso, ma pur sempre all’interno di una relazione medico/paziente connotata dal cancro.

A distanza di circa quattro entriamo da quella stessa porta dialogando da partner.

Difficile non rimanere col fiato sospeso, per noi, di fronte a questa immagine.

Da un lato, una ricodifica che ci consente di tornare nel passato – nei luoghi di un passato segnato dalla chirurgia – con panni nuovi: due mondi e due modi di fare ricerca iniziano ad incontrarsi e a contaminarsi.

Dall’altro, la consapevolezza che quello col Neuromed è stato un incontro vero, una connessione che ha generato senso allora e continua a generarne oggi, evolvendosi insieme alla vita della Cura e della performance.

La Notte dei Ricercatori: entrare da una nuova porta

La Notte dei Ricercatori: entrare da una nuova porta

Il secondo è metodologico.

La presenza di BAOTAZ alla Notte dei Ricercatori, in uno dei più avanzati laboratori di neuro scienze a livello nazionale e internazionale, è indicativo di una tendenza e di una direzione in cui la Cura ha sempre lavorato: l’arte come catalizzatore di scienze e tecnologie.

Abbandonando qualsiasi funzione decorativa, l’arte diventa il driver dell’innovazione, apre immaginari e crea ponti con la società e la vita quotidiana delle persone.

Anche a livello istituzionale, questa nuova sensibilità si fa strada. Lo dimostra in Europa il varo di recenti programmi come STARTs – Science Technology and the Arts, interamente dedicati a promuovere l’intersezione e la presenza degli artisti nella ricerca scientifica di base e applicata, quanto nei settori industriali.

Al punto che Carlos Moeda, membro della Commissione Europea in carica per la Ricerca, nella conferenza stampa di apertura della convention di Lisbona “ICT  2015 – Innovate, Connect, Transform” afferma:

“I think that more and more we all understand that innovation in the future will be on the intersection of arts and sciences.”

Marta Cecconi illustra BAOTAZ a una delegazione di istituzioni e ricercatori

Marta Cecconi illustra BAOTAZ a una delegazione di istituzioni e ricercatori

Se la Cura dal suo inizio si è sempre posizionata in questo solco, la presenza di un oggetto come BAOTAZ alla Triennale prima e alla Notte dei Ricercatori poi è il segno tangibile di un riconoscimento reciproco e di un nuovo spazio di dialogo e di azione che la performance sta, di fatto, progressivamente generando.

Ciò ci riempie di gioia e ci restituisce il senso pieno di aver scritto questo libro, concependolo come uno strumento per “far accadere”.

BAOTAZ at La Notte dei Ricercatori, Fondazione Neuromed

BAOTAZ at La Notte dei Ricercatori, Fondazione Neuromed

Vi lasciamo con un estratto dal report di Nefula sull’evento, scritto da Marta Cecconi, che con estrema freschezza mette in luce quanto mettere nella stessa stanza e far dialogare scienziati, designer, artisti e cittadini possa essere prezioso:

It was an amazing experience.
First of all, we felt that BAOTAZ was in the right place.

[…]

Like healthcare devices, BAOTAZ is a tool to cure people. Not to “treat” but to “cure”. Because no patient is alone, and no disease concerns just one person. Thank to BAOTAZ everyone can see and feel on his/her body the planetary interconnection among people. It is a new augmented emphatic sense through which we could investigate ways in which people could connect with each other, using technology.

During these three days, while we’ve been explained the project to students, teachers, citizens, researchers and scientists, we had the proof of the importance of BAOTAZ in our technological era.

We find that – especially in healthcare field – is a common sense that technologies are made for single individuals. And, specifically, to analyse, take datas and information from the body of a single individual. In our imaginary a technological helmet reads mind. We have not words to describe the surprised and disappointed faces when we explained that BAOTAZ helmet doesn’t read minds but makes possible to feel other people’s emotions on your body.
It’s the end of egocentric tech and the start of empathic tech.

[…]

BAOTAZ makes us able to have physical visualisation of our hyper-connected world, and to highlight such implications, confronting with them to raise public discussions.

Special thanks:

Emilia Belfiore, Ilaria Pucci, Pasquale Passarelli, Vincenzo Esposito, Roberto Terracciano, Marta Cecconi, Rudy Faletra e tutto lo staff del Neuromed per il supporto e per aver reso possibile questa collaborazione.

Foto-reportage:

Gli studenti in visita alla Fondazione Neuromed, 28-29 settembre 2016

La Notte dei Ricercatori, 30 settembre 2016, Fondazione Neuromed

 

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La Cura, il Festival delle Generazioni e la Politica delle Interfacce https://la-cura.it/2016/10/05/la-cura-il-festival-delle-generazioni-e-la-politica-delle-interfacce/ https://la-cura.it/2016/10/05/la-cura-il-festival-delle-generazioni-e-la-politica-delle-interfacce/#respond Wed, 05 Oct 2016 08:29:44 +0000 http://la-cura.it/?p=8246 La Cura sarà presente al Festival delle Generazioni organizzato e promosso da FNP Cisl, un evento a cadenza biennale dedicato ai legami intergenerazionali che ha scelto come città d’elezione Firenze.

Il tema di quest’anno è “Oltre le Frontiere: Cultura e Generazioni“.

La Cura partecipa alla kermess fiorentina con un workshop di due ore dedicato all’interface politics, nella sezione “Il Futuro è già ieri“, curata da Marco Stancati.

A pochi giorni dall’evento, abbiamo intervistato Marco per capire il senso della sezione e della presenza della Cura dal punto di vista del curatore

“Il futuro è già ieri”: perché?

Il titolo sottolinea la costante accelerazione che viviamo: prospettive che fino a ieri erano fantascienza, diventano realtà presente e in poco tempo appartengono già al passato. Soltanto 10 anni fa, lo smartphone non esisteva; oggi, con la sua pluralità di funzioni ha sostituito completamente i cellulari che già sembrano modernariato e che pure ci avevano fatto gridare al miracolo. E anche lo smartphone sarà sostituito dal device prossimo venturo.
Tutto questo esalta e disorienta nello stesso tempo: soprattutto i nati analogici alle prese con l’evoluzione della società iperconnessa che ha portato nuove conoscenze e consapevolezze ma ha anche travolto stili di vita e radicate certezze. Il rischio è quello che soprattutto i più anziani si isolino nel mondo de “ai miei tempi”, non vivendo più la contemporaneità che gli appare minacciosa. Finirebbero per vivere, in un certo senso, a loro insaputa.
Non deve succedere: lo scambio intergenerazionale di esperienze, memoria, visioni, approcci esistenziali è dialettica irrinunciabile. L’evoluzione tecnologica è un’opportunità, non una minaccia.
Tutti gli eventi della mia sezione mirano proprio a dare strumenti per guardare alla trasformazione intorno a noi con più consapevolezza e meno angoscia, parlando contemporaneamente a fasce di età molto diverse.
E poi “il futuro è già ieri” era un’espressione di mio padre per sottolineare l’accelerazione di un’altra epoca storica: quella del futurismo.

Una citazione, dunque?

È lessico familiare. Io sono l’ultimo di una famiglia numerosa. Mio padre era nato nel 1902. Negli anni venti era affascinato dalla poetica dei futuristi. Entrò in contatto con loro, anche come medico. In una lettera a un suo collega usava proprio questa espressione per sottolineare il clima di euforia e il senso di accelerazione costante che avvertiva nella frequentazione degli ambienti del futurismo.
Quando, settanta anni dopo, vide a casa mia il primo pc multimediale che si collegava alla rete ripescò quell’espressione, risentì “l’accelerazione”. Ecco da dove nasce il titolo della sezione.

“Oltre le frontiere:…” è il tema di questo Festival. Cosa lega le frontiere con le interfacce di cui ci occupiamo nel nostro workshop?

Le frontiere possono essere valicabili o possono essere barriere. Le interfacce possono essere amichevoli e facilitare il dialogo oppure possono essere ostili e chiuderlo. Così come la politica delle frontiere oggi rischia, di essere una politica di barriere, muri e fili spinati, la politica delle interfacce ancora troppe volte tende a escludere piuttosto che includere.

La Cura e la politica delle interfacce: come e perché possono aiutare il dialogo fra generazioni e creare “cultura”?

Nell’era digitale le interfacce si sono moltiplicate: non più soltanto quelle fisiche (lo sportello burocratico, quello bancario, il Cup dell’Ospedale, il banco del check-in, la biglietteria)… Quando accendo un pc o un qualsiasi device mobile, qualunque cosa io voglia fare, dovrò vedermela con una serie infinita di interfacce. Se queste sono costruite non per facilitarmi la vita, ma per esercitare una qualunque forma di potere (politico, economico, sociale, burocratico…) la mia quotidianità ne risentirà pesantemente. Occorre che analogici e digitali si alleino, mettendo in comune esperienze e competenze, innanzitutto per individuare vecchie e nuove interfacce prevaricatrici, dannose o semplicemente inutili e poi per trovare il modo per eliminarle, se superflue, o per riprogettarle se utili.
La cultura che ne deriva è quella dell’intelligenza connettiva; perché, ribadisco ancora una volta, c’è più vita a stare insieme.

In sintesi, perché La Cura al Festival delle Generazioni?

Perché è un approccio diverso e innovativo al grande tema della malattia; approccio coerente con l’economia della condivisione, e metafora di un modo di rapportarsi con qualsiasi problema cercando nella società connessa le risposte possibili.
Non a caso il workshop è inserito nella sezione più sperimentale di un Festival il cui organizzatore e promotore è FNP Cisl, un sindacato: la realizzazione di una società più consapevole e inclusiva, grazie alla Rete e alle sue infinite connessioni che mettono a disposizione di un numero sempre più grande di cittadini del mondo una quantità sempre maggiore di conoscenze, è oggi un obiettivo più possibile.

 

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